Convivere con il disturbo Bipolare
Quando ho ricevuto la diagnosi di disturbo bipolare, tra le tante domande che mi sono posta ce n’era una che mi faceva particolarmente paura:
Posso ancora fare il mio lavoro avendo questo disturbo?
Il mio lavoro non è semplicemente qualcosa che faccio. È una parte importante di me, costruita negli anni attraverso lo studio, la pratica e l’esperienza.
Da molti anni insegno yoga e accompagno le persone attraverso discipline e pratiche diverse che fanno parte del mio percorso professionale.
E improvvisamente mi sono chiesta se tutto questo potesse ancora appartenermi.
Se una diagnosi potesse rendermi meno affidabile.
Se le persone avrebbero potuto guardarmi diversamente.
Se sarei stata ancora in grado di svolgere il mio lavoro come prima.
Dopo la diagnosi ho attraversato anche la perdita di persone importanti per me. E questo ha reso ancora più forte una paura che avevo già dentro: che quella diagnosi potesse cambiare il modo in cui gli altri mi vedevano e, soprattutto, il modo in cui io vedevo me stessa.
Una diagnosi non cancella ciò che siamo
Con il tempo ho iniziato a capire che una diagnosi non cancella le competenze che ho acquisito, gli anni di studio, l’esperienza o la passione per ciò che faccio.
Ma richiede una consapevolezza diversa.
Io oggi so di avere una vulnerabilità che prima non conoscevo.
So che il sonno, i ritmi, lo stress e alcuni cambiamenti possono avere per me un’importanza particolare.
E questo mi porta a prestare maggiore attenzione a me stessa.
Non per paura.
Per responsabilità.
Perché se il mio lavoro consiste anche nell’accompagnare altre persone, credo sia importante imparare prima di tutto a riconoscere i miei limiti, per poter avere uno sguardo più attento sugli altri.
Anche noi insegnanti siamo umani
C’è un’immagine dell’insegnante di yoga, e più in generale di chi lavora nel mondo olistico, che può essere difficile da sostenere.
Una persona sempre calma.
Sempre centrata.
Sempre con le risposte giuste.
Una persona che sembra aver trovato il proprio equilibrio una volta per tutte.
Io non sono quella persona.
E oggi non penso nemmeno che sia necessario esserlo.
Continuo ad avere giornate difficili. Continuo ad attraversare momenti in cui ho bisogno di fermarmi, ascoltarmi, chiedere aiuto o semplicemente avere più cura delle mie energie.
Questo non dà meno valore al mio lavoro. Forse lo rende semplicemente più reale.
C’è però un confine che per me è molto importante.
Le pratiche che propongo possono essere strumenti di ascolto, consapevolezza e riscoperta. Possono aiutare a ritrovare uno spazio per sé, a sentire il corpo, a rallentare e a entrare maggiormente in contatto con ciò che si sta vivendo.
Ma non possono sostituire la terapia.
Lo dico per esperienza.
Io stessa ho avuto bisogno di cure e di professionisti che mi aiutassero a stare meglio.
E questo non è in contraddizione con il fatto che continui a trovare valore nelle pratiche che fanno parte del mio lavoro.
Credo, anzi, che sia importante poter tenere insieme entrambe le cose.
Sì, posso ancora fare il mio lavoro
La domanda che mi facevo allora oggi ha una risposta.
Posso farlo, ma forse non esattamente come prima.
Posso farlo con una maggiore attenzione ai miei limiti, con una consapevolezza diversa del mio corpo e delle mie energie, con la libertà di riconoscere quando ho bisogno di rallentare.
E anche con una comprensione più profonda di quanto possa essere difficile per gli altri sentirsi fragili e avere paura che quella fragilità possa definirci.
Non credo che una diagnosi mi renda una professionista migliore
Ma l’esperienza della sofferenza mi ha insegnato qualcosa che porto anche nel mio lavoro: ascoltare con più attenzione, non dare per scontato ciò che una persona sta vivendo e accogliere senza giudizio chi decide di affidarsi a me.
Quando una persona entra nel mio studio, non porto con me l’idea di essere qualcuno che ha trovato tutte le risposte.
Porto l’esperienza di una persona che continua a imparare.
A stare bene.
A fermarsi.
A chiedere aiuto.
E a fare, nel frattempo, il lavoro che ama.
Se queste parole possono essere utili anche a una sola persona che oggi, dopo una diagnosi si sta chiedendo:
“Potrò ancora essere la persona, il professionista o semplicemente l’essere umano che ero prima? O sarò solo etichettato dalla mia diagnosi?”
allora forse è valsa la pena scriverle.
Con Amore,
Maria Vittoria

