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Il mio modo di insegnare yoga

Quando scoprirai chi sei, riderai di ciò che credevi di essere...

Il mio modo di insegnare yoga

Nel mio modo di insegnare yoga c’è una cosa che considero più importante della forma che una posizione assume: come la persona si sente dentro quella posizione.

Una delle mie allieve, che pratica con me da diversi anni, qualche tempo fa mi ha ricordato una frase che le avevo detto durante una delle sue prime lezioni.

Le avevo invitata a non preoccuparsi tanto di come appariva una posizione dall’esterno, ma a sentire come la viveva e come si percepiva al suo interno.

Mi ha raccontato che quella frase aveva cambiato completamente il suo modo di intendere la pratica.

E credo che racchiuda bene ciò che cerco di trasmettere durante le mie lezioni.

Un asana non è soltanto una forma da raggiungere.

Possiamo vedere una posizione perfetta, bellissima, ma non possiamo sapere cosa sta accadendo dentro quel corpo. Se il respiro è libero oppure trattenuto. Se c’è ascolto oppure soltanto lo sforzo di arrivare a una determinata forma.

Non perfezione, ma presenza.

Per me, praticare significa incarnare l’asana: non limitarsi a eseguirla, ma entrarci con attenzione, lasciando che il respiro e l’ascolto facciano parte della posizione.

A volte questo significa modificare una posizione, utilizzare una variante o semplicemente fermarsi un po’ prima.

È imparare ad abitare il corpo che abbiamo, in quel momento.

È così che possiamo creare spazio.

Non soltanto nel corpo, ma anche nella mente.

Quando smettiamo di lottare per raggiungere una forma e iniziamo ad ascoltare ciò che c’è, la pratica può diventare qualcosa di molto diverso da una prestazione.

Perché la competizione più difficile non è necessariamente con gli altri.

Spesso è con noi stessi.

Vogliamo fare meglio, arrivare più lontano, riuscire in quella posizione.

E senza accorgercene rischiamo di trasformare anche lo yoga nell’ennesima cosa da fare bene.

Io lo so bene, perché all’inizio della mia pratica ero proprio così: volevo imparare tutto, capire tutto, arrivare subito. Leggevo, studiavo, praticavo, cercavo continuamente qualcosa di nuovo da conoscere.

Con il tempo ho imparato che nello yoga, come nella vita, alcune cose hanno bisogno del loro tempo.

Non tutto ciò che leggiamo o comprendiamo con la mente può essere assimilato immediatamente. Ci sono insegnamenti che, semplicemente, hanno bisogno di sedimentare. E spesso arrivano dentro di noi quando siamo pronti ad accoglierli.

Lo yoga mi ha insegnato anche questo: la pazienza.

Io, che sono una persona impaziente, ho imparato poco alla volta a non voler arrivare sempre da qualche parte, a fidarmi dei tempi della pratica e a lasciare che le cose maturassero.

Viviamo in una società che ci abitua a volere tutto e subito. La pratica, invece, ci invita a stare nel processo.

Io vorrei che fosse il contrario.

Lo yoga, per me, è un’esperienza da vivere.

Un momento in cui non dobbiamo dimostrare niente.

Possiamo semplicemente esserci, respirare, ascoltare e sentire.

E forse, alla fine della pratica, potremo sentirci più presenti, più aperti, più nutriti di quando siamo arrivati. Oppure potremmo semplicemente aver incontrato qualcosa che aveva bisogno di essere ascoltato.

In entrambi i casi, anche questo fa parte della pratica.

Questo è il modo in cui insegno yoga.